lunedì 22 settembre 2008

Il centauro



A. Bockling (Basilea, 16 ottobre 1827 – San Domenico di Fiesole, 16 gennaio 1901), Il centauro dal maniscalco, 1888.

‘‘Sono sperduto in mezzo alla campagna. Sento un grido altissimo. Scopro il vecchio centauro ferito.[…] Gli dò da bere e lavo la sua ferita. Egli, passato lo stupore della sofferenza, mi guarda con curiosità. Mi chiede come mai mi trovo così solo, a quell’ora, nella selvaggia campagna. Io gli espongo tutto il mio piano. Dopo di che, il centauro mi fa un discorso nel quale mi dimostra la vanità delle mie illusioni […] Quindi egli mi consiglia di ritornare in casa dei miei genitori, gli salgo sul dorso ed egli incomincia a galoppare per la campagna. Andiamo lungo il Penéo. […] Il centauro si ferma alla porta del maniscalco per farsi riparare un ferro dello zoccolo. Villani che ci circondano. Alcune donne commettono al centauro di portar loro, l’indomani, delle erbe medicinali. […] Vedo di lontano la casa paterna […] mia madre mi strappa dalle mani del centauro, che guarda con ostilità. […] Mio padre accoglie il centauro con molta deferenza e cordialità perché egli è un uomo cortese che conosce i doveri dell’ospite. Invita il centauro a entrare in casa. Ma questi, modestamente, ricusa l’invito. […] Notte lunare. Vedo il centauro nel giardino. Il cuoco gli reca la cena in una gran pignatta. In seguito, vedo il centauro che dorme, ritto, appoggiato ad un albero. […] il sole è già alto nel cielo. Corro alla finestra: il centauro non c’è più .’’

Alberto Savinio, Tragedia dell’infanzia, a cura di Paola Italia, Adelphi, Milano, 2001, pp. 134-35-36.

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